Quando ho liquidato con un “peccato” l’elezione di Bersani a segretario del Pd, non credevo che il migliore assist per spiegare le mie ragioni me lo potesse offrire il premier. Berlusconi, intervenendo l’altra sera a Ballarò (al di là della solita ineleganza), ha detto: “L’ultimo sondaggio che ho qui davanti a me dice che il governo è al 54%, il presidente del Consiglio è al 68% e il Pd, che è tornato Pci con l'elezione di Bersani, è al 25%”. Tralasciando le consuete percentuali, è il messaggio di un Pd che con Bersani sposta l’asse decisamente a sinistra che più mi spaventa. Insomma, non è Bersani il collante ideale di questo Partito democratico, sorto per essere un moderno “contenitore” politico. Non che sia facilmente individuabile un’alternativa – la posizione di Rutelli all’indomani della vittoria di Bersani, per dire, è stata il pretesto di una questione già nota –, ma adesso c’è da fare i conti con strategie che sembrano stravolgere l’assetto del Pd. Ammesso che Rutelli, quando ci farà la grazia di annunciare ufficialmente la sua uscita, riesca a convincere chissà chi a seguirlo. Ma rimane un fatto: il sogno di Veltroni è svanito nel nulla. E ora questo Pd sembra destinato ad assomigliare a qualcosa di già visto. D’accordo, anche Veltroni ha fallito nel suo intento e il fido Franceschini non è che sia riuscito a fare tanto di più. Ma se falliscono gli uomini ciò non significa che siano organicamente sbagliate pure le idee. Ora si torna al passato. E a quanti stanno sostenendo in queste ore che Bersani sia l’uomo ideale per tessere alleanze un po’ qua e un po’ là (quindi anche con l’Udc), indirettamente ha risposto qualche giorno fa Buttiglione, intervistato da Libero.
giovedì 29 ottobre 2009
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