
Sono passati alcuni giorni dal
post dedicato all’università e alla scuola.
Gaetano si è risentito e devo ammettere che in parte ha ragione. Ci siamo tutti accaniti contro il corso in
Scienza dell’allevamento, dell’igiene e del benessere del cane e del gatto, come se fosse l’unico caso di “inutilità universitaria”. Ma l’obiezione di Gaetano, che non me ne voglia ulteriormente, mi ha poco convinto. Devo ammettere che stare in buona compagnia (a quanto pare non sono l’unico “imbecille”) mi rincuora. Quella di Gaetano, infatti, è un’autentica crociata (sulla
Voce il suo commento è il secondo, mentre
qui è il numero 8).
Gaetano in parte ha ragione, dicevamo. Chiariamo subito: nessuno voleva svalutare il corso in sé, tanto meno sminuire l’impegno degli studenti che lo frequentano. In effetti, leggendo il piano di studi si scopre che gli esami non sono una passeggiata (chimica, fisica, biologia, tanto per dare un’idea). Ma gli sbocchi professionali? “I laureati – è scritto nel sito dell’Università degli Studi di Bari – svolgeranno attività professionali di supporto al medico veterinario nell’ambito degli ambulatori, ospedali veterinari, stabulari, canili e gattili, pubblici o privati, per il mantenimento, stabulazione e ospedalizzazione di cani e gatti”. In poche parole Gaetano sostiene che è “come fare ‘scienze infermieristiche’, ma rivolto agli animali d’affezione”. Con una differenza però: degli infermieri c’è un costante bisogno, di eventuali assistenti i veterinari fanno volentieri a meno.
Il corso in Scienza dell’allevamento, dell’igiene e del benessere del cane e del gatto – è spiegato in un reportage della Stampa (9 novembre) – “conta ogni anno 30-35 immatricolazioni”. In tempi non ancora sospetti, parliamo di aprile 2008, studenti.it curò un sondaggio “sul boom delle lauree stravaganti”. Il 45 per cento degli intervistati, rilevò studenti.it, “ritiene che le nuove lauree non sono utili ed è meglio scegliere una laurea tradizionale”, mentre il 31 per cento “considera questi corsi come un modo per aumentare la competizione tra gli atenei e per ottenere maggiori finanziamenti”. Sempre in quell’occasione, Salvatore Casillo (professore universitario e autore del libro Come ti erudisco il pupo) sostenne che “chi si laurea in Scienze dell’allevamento, dell’igiene e del benessere del cane e del gatto o in Scienze equine, oppure in Tecniche dell’allevamento del cane di razza ed educazione cinofila crede di laurearsi in qualcosa di unico in Italia mentre si laurea in realtà in Scienze e tecnologie zootecniche e delle produzioni animali. La specificità della laurea collegata alla denominazione suggestiva si basa solo su pochi crediti, relativi ad esami che non sono altro che quelli che un tempo chiamavano complementari”.
In più, un recente sondaggio del messaggero.it evidenzia che l’82,9 per cento dei partecipanti al voto non ritiene “giusto tenere in vita corsi universitari con pochissimi studenti”. È perciò abbastanza evidente che al di là della riforma Gelmini (giusta o sbagliata, si vedrà) il sistema universitario italiano necessiti di una sostanziale rispolverata. Nel nostro Paese ci sono tanti corsi universitari, troppi professori e pochi laureati. Vorrà pure dire qualcosa, no?