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venerdì 3 luglio 2009

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Passaggio di consegne

Ue: si chiude il semestre ceco. Ora tocca alla Svezia

Io, per Il Laboratorio dei 100

“L'Europa stia tranquilla, la crisi di governo non riguarderà la presidenza dell'Ue”. Era il 25 marzo e il premier ceco (ex ormai), Mirek Topolanek, parlava a Strasburgo, davanti al Parlamento, rassicurando i Ventisette sulla conclusione positiva della presidenza di Praga. “Spero che il mio mandato si concluderà positivamente”, affermò Topolanek. E invece, il primo luglio, il passaggio di consegne alla Svezia è avvenuto per mano di Jan Fischer, economista ed ex presidente dell'ufficio statistico ceco, chiamato a sostituire il dimissionario Topolanek. Un vero peccato per la Repubblica Ceca, per due ragioni molto semplici. Era la prima volta che Praga otteneva la guida dell'Unione europea (pertanto il semestre rappresentava una ghiotta occasione) e, soprattutto, era la prima volta che a guidare l'Europa fosse uno Stato dell'ex blocco sovietico. Ma i problemi interni, non ultima la crisi economica mondiale, hanno compromesso il cammino della Repubblica Ceca durante il periodo della presidenza di turno in virtù, inoltre, della pesante eredità francese. Era il 24 marzo quando il governo Topolanek veniva sfiduciato da una mozione presentata dall'opposizione socialdemocratica e comunista. Il malcontento proseguiva da tempo e uno dei maggiori pretesti era legato all'installazione di una base militare americana nell'ambito della strategia dello scudo spaziale voluta dall'allora amministrazione Bush. Subito si è temuto il peggio: la presidenza Ue compromessa e il rischio che il Trattato di Lisbona, ancora da ratificare, subisse un brusco stop. Il nove aprile il presidente ceco Vaclav Klaus, notoriamente euroscettico, conferiva ufficialmente mandato a Fischer di traghettare il Paese fino alle elezioni anticipate, previste per il nove e dieci ottobre, mentre il sei maggio, come annunciato in un primo momento, il Senato approvava il Trattato di Lisbona. Che però rimane tuttora in stand by, non essendo stato ratificato definitivamente da Klaus. Eppure, nonostante tutto, quella di Topolanek non è stata una presidenza anonima. È anche merito della Repubblica Ceca, infatti, se l'Europa si è schierata per il “no” al protezionismo allo scopo di fronteggiare la crisi economica nel segno dell'unità (per quanto di fatto sia mancata su questo tema una voce comune ai Ventisette). A Topolanek va inoltre dato il merito di essere stato un ottimo mediatore durante la disputa sul gas tra Russia e Ucraina nel mese di gennaio, una questione che per forza di cose non poteva non riguardare la vicina Unione europea dati i consumi del gas proveniente dall'Est. Successi, questi, che però non sono stati riproposti sulle grandi questioni internazionali. Una su tutte, la mancata presa di posizione netta di fronte all'operazione Piombo fuso di Israele nei confronti di Hamas. Tanto da indurre il presidente francese Nicolas Sarkozy, forte del suo recente e positivo semestre europeo, a prendere le redini della diplomazia internazionale coinvolgendo l'Egitto quale interlocutore verso la via della tregua in Medio Oriente. Ora toccherà alla Svezia traghettare l'Europa nei prossimi sei mesi. Il primo ministro Fredrik Reinfeldt ha già fatto sapere che saranno la lotta al cambiamento climatico e una nuova strategia per la crescita e l'occupazione i principali temi in agenda nel corso della presidenza svedese. In attesa, sempre, di conoscere l'esito dell'iter di ratifica del Trattato di Lisbona. Nei primi giorni di ottobre l'Irlanda sottoporrà il trattato a un secondo referendum, confidando nello sblocco della situazione anche in Polonia e in Repubblica Ceca. Ma queste cose Il Laboratorio dei 100 le ha già ampiamente raccontate. Per il resto, aspettiamo l'autunno.



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Welfare italiano e Strategia di Lisbona

I problemi del sistema di welfare pubblico italiano
Colloquio con Alessandro Rosina, autore del libro scritto con Daniela Del Boca “Famiglie sole. Sopravvivere con un welfare inefficiente”

Io, per Synthesis (giugno-agosto 2009, pag. 5-6)

Professore, siamo di fronte a un bivio. La Strategia di Lisbona parla chiaro e l'obiettivo, stabilito nel 2000 dai capi di Stato e di governo dell'Unione europea, era quello di fare della Ue “la più competitiva e dinamica economia della conoscenza entro il 2010”. Il 2010 è alle porte. È riuscita l'Unione europea a mantenere le promesse o manca ancora qualche tassello? Quali possono essere le prospettive per il dopo 2010?
Per ogni paese sarebbe necessario un discorso a se stante. L’Unione Europea è un insieme di situazioni molto differenziate. Ci sono alcuni stati che hanno raggiunto e superato molti degli obiettivi fissati nell’Agenda di Lisbona. Altri invece, come l’Italia, che hanno mancato la convergenza su aspetti cruciali e non a caso si trovano anche con difficoltà di crescita e competitività. Complica inoltre il percorso di convergenza l'attuale recessione economica, scoppiata poco prima del 2010. Quello che succederà dopo tale data limite dipenderà quindi anche molto da quanto i vari paesi saranno riusciti a cogliere la crisi come opportunità per uscirne più solidi e con un sistema più efficiente.
Il Libro Bianco redatto dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, pone le “persone prima di tutto, nei provvedimenti anticrisi e nella costruzione del nuovo Welfare”. Inoltre, scrive il ministro, “il primo valore che ci deve guidare in questa sfida è la centralità della persona, in sé e nelle sue proiezioni relazionali: la famiglia, quale luogo delle relazioni affettive; il lavoro, quale espressione di un progetto di vita; la comunità e il territorio, quali ambiti di relazioni solidali”. Eppure l'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) prevede per quest'anno 200 milioni di disoccupati nel mondo e il numero potrebbe salire a 239 milioni…
Se c'è una cosa ben chiara a tutti da tempo è che il welfare italiano è da ristrutturare. Il nostro sistema di protezione sociale è, in particolare, inefficiente ed iniquo. Se togliamo quanto va in pensioni, spendiamo un terzo in meno della media europea per tutte le altre voci. Sosteniamo meno i giovani che cercano di diventare autonomi dalla famiglia di origine e le coppie che si assumono responsabilità familiari. Difendiamo molto gli insider e abbandoniamo sostanzialmente se stessi gli outsider. Si fa soprattutto sentire la mancanza di un sistema di sussidi di disoccupazione accessibili a tutti. Il problema della disoccupazione, accentuato dalla crisi, diventa quindi, a causa delle carenze del nostro sistema di welfare, più drammatico in Italia che altrove.
Va inoltre aggiunto che da vari anni l’Italia cresce nel complesso meno degli altri paesi. Esiste quindi una specifica crisi di fondo del nostro paese sopra la quale si è innestata l’attuale congiuntura negativa mondiale. Questo rende ancora più problematica la condizione delle famiglie italiane. Alla cronica difficoltà di occupazione femminile e giovanile italiana si somma ora il rischio di disoccupazione del capofamiglia maschio adulto. Tutto questo sta mettendo molte famiglie in ginocchio. Se non si va oltre le belle parole del Libro Bianco e non si coglie l’occasione della crisi per riforme strutturali, come da più parti auspicato, alla fine della crisi ci ritroveremo con le stesse fragilità con le quali vi siamo entrati e con in più un debito pubblico stellare, nonostante si sia speso meno di altri paesi per difendere le famiglie dalla recessione.


Anche “la famiglia”, intesa come valore, viene citata più volte nel Libro Bianco. Ma oggi le famiglie vivono difficoltà oggettive. Dall'ultimo Rapporto sui diritti globali è emerso che sono costrette a tagliare i consumi e il 50% dei nuclei familiari ha un reddito annuale inferiore ai 23.083 euro. Oltre il 30 per cento non può far fronte a una spesa imprevista di 700 euro. Tante persone sono scoraggiate a “mettere su famiglia”. Necessitano misure concrete di sostegno alle famiglie. Quali prospettive in questa direzione?
In Italia si parla molto di famiglia. Ma si continua a fare molto poco in concreto in suo favore. Nel nostro paese esiste sia un problema di reddito che di disuguaglianza. In particolare siamo uno dei paesi dove le famiglie che vanno oltre il secondo figlio si trovano maggiormente a rischio di povertà. Sulla particolare difficoltà delle famiglie pesa un sistema fiscale e di aiuti pubblici poco generoso nei confronti delle coppie con figli. Nel programma elettorale di questo governo c’era il “quoziente familiare”. Che fine ha fatto? Rimarrà solo una promessa? Ma pesa anche, e forse ancor più, la carenza di servizi per l’infanzia, cruciali per l’occupazione femminile. La possibilità che una coppia possa contare su un doppio reddito è una delle maggiori protezioni dalla povertà e dai rischi connessi all’instabilità lavorativa. Le famiglie italiane risentono inoltre anche delle difficoltà dei giovani nel conquistare una propria autonomia e nello stabilizzare il proprio percorso lavorativo. La scarsa generosità del welfare pubblico nei loro confronti, li rende più a lungo dipendenti dalle risorse dei genitori e li porta a posticipare in modo indefinito i tempi di formazione di una propria famiglia. L'avere figli, la partecipazione femminile al mercato del lavoro, l’autonomia dei giovani risultano, di fatto, obiettivi più difficili e più complicati da realizzare. Cosa dobbiamo pensare di una politica che negli ultimi decenni non è stata in grado di sostenere individui e coppie a mettere in atto scelte di vita desiderate a livello micro e considerate a livello macro auspicabili per una adeguata ed equilibrata crescita del paese?
La Strategia di Lisbona, punto di partenza per la stesura del Libro Bianco, prevede la valorizzazione del capitale umano. Ma un reale ricambio generazionale stenta a decollare e molti giovani sono penalizzati, come scrive Sacconi, “da una società bloccata e incapace di valorizzare il proprio capitale umano”. Un discorso analogo descrive la condizione delle donne, alle quali, sempre secondo la Strategia di Lisbona, dovrebbe essere garantito il 60 per cento di occupazione. Gli obiettivi, però, sembrano ancora lontani. Come uscire dall'empasse?
Gli elementi di sofferenza delle famiglie italiane, sia dal punto di vista demografico che economico, sono riconducibili a tre grandi squilibri che affliggono in modo più accentuato il nostro paese, e che possiamo sintetizzare con tre “G”: di genere, generazionale e geografico. In Italia più che altrove, le possibilità di affermazione e valorizzazione dipendono infatti meno dalle effettive potenzialità individuali e sono invece più condizionate dalla generazione di appartenenza, dall’essere uomo piuttosto che donna, dal vivere al Nord rispetto al Sud. Tutto questo non solo penalizza i singoli, ma comprime le possibilità di crescita del Paese.
Non avere investito per tempo e in modo consistente in misure di conciliazione tra lavora e famiglia, ci ha portati ad essere uno dei paesi che maggiormente soffrono di bassa natalità e bassa occupazione femminile. Quella della conciliazione è una strada che va imboccata con convinzione e con determinazione. Da considerare una priorità assoluta. Perché consente alle donne di spendere meglio i loro talenti sul mercato, alle coppie di realizzare i propri desideri riproduttivi e difendere il benessere contando su un doppio reddito, al paese di contenere la denatalità e i costi dell’invecchiamento. Il fatto di essere, su questi aspetti, ancora molto lontani dagli obiettivi di Lisbona (solo in Emilia Romagna l’occupazione femminile è al 60%), costituisce uno dei limiti maggiori del nostro sviluppo. Lo stesso vale per i giovani. Alla loro riduzione quantitativa, conseguenza della dinamiche demografiche, bisogna rispondere con un aumento qualitativo delle opportunità formative e professionali. I dati delle indagini Pisa-Ocse rivelano invece, ad esempio, performance scolastiche più basse rispetto agli altri paesi. I livelli di occupazione giovanile sono sensibilmente inferiori alla media europea. La mancanza di ammortizzatori sociali a difesa dalla precarietà rende i giovani ancora più difficile la conquista di una reale indipendenza e limita il loro ruolo attivo nella società. Va quindi migliorato strutturalmente il sistema pubblico di protezione e promozione sociale nei loro confronti. Il fatto che nel nostro paese il destino sociale dei giovani dipenda molto dalle risorse della famiglia di origine, rende il nostro paese meno dinamico e più iniquo. Molti giovani preferiscono rimanere inoccupati in famiglia che uscire per un lavoro incerto e malpagato, con il rischio di trovarsi in difficoltà e senza adeguati sostegni pubblici.
Il territorio è un'altra prerogativa del Libro Bianco. Può essere di buon auspicio l'ipotesi di implementare sistemi di welfare locale?
La realtà italiana è molto differenziata sul territorio, con opportunità e bisogni anche molto diversi. Non è detto quindi che ciò che funziona in un contesto sia direttamente esportabile altrove. Il rischio però di sistemi di welfare differenziati sul territorio è quello di aumentare le disuguaglianze. In tal caso, come avviene attualmente per il Sud, si incentiva l’uscita delle risorse più competenti e dinamiche che cercano maggior valorizzazione e servizi migliori altrove. Gli squilibri territoriali, ed in particolare il gap tra Nord e Sud, costituiscono uno dei vincoli maggiori allo sviluppo del paese. Se c’è un problema generale di benessere della famiglie e di difficoltà di crescita economica, ciò vale al quadrato nel Mezzogiorno. Se la spesa è inefficiente, non va ridotta la spesa ma resa più efficiente. Quello che è urgente è una politica che non incentivi la fuga, ma la valorizzazione del capitale umano e delle risorse presenti nei vari contesti locali.
Alla luce di quanto è stato detto finora, qual è il suo giudizio complessivo sul Libro Bianco?
La politica deve soprattutto fare. I problemi del sistema di welfare pubblico italiano erano già chiari prima del Libro Bianco. L’impostazione può essere per molti versi condivisibile, ma il Libro Bianco è come un albero che va giudicato dai frutti. Noto solo, da un lato, che questo governo ha a lungo sostenuto che la crisi non era poi così grave e che comunque noi siamo più solidi e protetti rispetto agli altri paesi. D’altro lato però, proprio invece per la gravità della crisi, il ministro Sacconi ha dichiarato che non ritiene opportuno operare ora interventi strutturali sul sistema di welfare. Nel frattempo le famiglie continuano a difendersi come possono, con quel poco che hanno a disposizione, in attesa di tempi migliori.



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giovedì 2 luglio 2009

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Delle due, l'una. O tutte e due

Non perché io voglia apparire il solito bastian contrario, ma su alcuni punti (ho detto alcuni eh!) devo ammettere di non essere in completa sintonia né con il garante per la privacy, né con il sindacato dei giornalisti. Procedo con ordine e parto dal fatto più recente. Oggi il garante per la privacy, Francesco Pizzetti, ha presentato in Parlamento la sua relazione annuale. Pizzetti, tra le altre cose, ha parlato degli archivi online, tipo quelli dei giornali, che rendono il passato “un eterno presente”. Secondo il garante, dunque, “non vi è più possibilità di sperare che vicende anche dolorose, appartenenti ad anni lontani della esistenza di una persona cadano nell'oblio, confinate negli archivi tradizionali”. Internet, mi permetto di osservare, non è brutta e cattiva. Sono gli utenti a fare il web e non viceversa. Sono i contenuti degli utenti a rendere un social network di qualità o un blog interessante. In internet posso dire una marea di stupidaggini, oppure scoprire di essere un virtuoso della comunicazione. Come al bar, insomma. E alla stessa maniera posso usufruire degli archivi online, sia da addetto ai lavori sia da comune cittadino che vuole saperne di più su un determinato avvenimento o personaggio. Se una persona viene assolta da un reato che non ha commesso, sta a me utente usufruire al meglio dell'archivio. Spetta a me il compito di filtrare le notizie buone da quelle cattive, quelle vere da quelle false e tendenziose. Ma l'archivio è giusto che sia lì, a disposizione di tutti. Capitolo giornalisti. La Fnsi ha annunciato uno sciopero per contrastare il ddl Alfano sulle intercettazioni. Sciopero sacrosanto, il provvedimento di per sé è grave perché di fatto rappresenta un bavaglio alla libera informazione. Però la libera informazione, e sarebbe opportuno che siano gli stessi giornalisti i primi a dirlo, non può pensare di avere sempre e comunque il coltello dalla parte del manico in nome di quel diritto chiamato cronaca. Non tutte le intercettazioni meritano risalto pubblico, non tutte le intercettazioni sono necessarie al fine di raccontare quanto stia avvenendo nell'ambito di una vicenda giudiziaria. In poche parole la stampa deve comprendere che nel pieno diritto di raccontare i fatti c'è un limite e quel limite deve salvaguardare la persona, almeno fintanto che non vi è certezza della colpevolezza. Scopro l'acqua calda? Può darsi, ma è sempre bene ricordarlo.



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mercoledì 1 luglio 2009

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C'è simpatia












A essere sincero non ho trovato così scandalosa l'intervista di Debora Serracchiani a Repubblica. Anche perché l'esponente del Pd argomenta concetti molto più profondi del semplice “sto con Franceschini perché è più simpatico”. Eppure una innocua intervista ha scatenato un putiferio interno al partito. Ed eccoli tutti in fila i gran maestri, professori di politica e di dialettica: Nicola Zingaretti, Marco Follini, Gianni Pittella, Enzo Carra, Roberto Giachetti e, in tono minore, Vasco Errani e Piero Marrazzo. Quella della Serracchiani non può che essere una battuta alla stregua della famosa Barack Obama è bello, giovane e abbronzato pronunciata da un personaggio assai popolare. Piuttosto parliamo delle candidature alla segreteria del Partito democratico che sembrano voler suggerire un classico vai avanti tu che a me viene da ridere. Rimanendo in tema di battute, ovviamente.



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Chi controlla cosa e perché non lo fa?

Gli impegni di lavoro ieri mi hanno impedito di commentare quanto avvenuto l'altra notte a Viareggio. Che poi, diciamolo francamente, cosa ci sarà mai da commentare? Sono però contento di questa attesa. Oggi, infatti, apprendiamo che l'asse del carro che ha ceduto causando il deragliamento del treno era arrugginito. E che nessuno, evidentemente, aveva prima controllato lo stato dei vagoni. E, ancora, che non si sa chi deve controllare cosa poiché “questa purtroppo non è una vicenda italiana, ma europea”. Sto diventando monotono, quasi morboso nonché un po' rompicoglioni. Lo ammetto. Ma la prevenzione è ormai da qualche tempo la mia battaglia personale. Mi chiedo con quale coraggio si riferiscano determinate questioni. Come se fosse una cosa normale ammettere che sì su quel treno c'era un asse che non se la passava granché, ma nessuno poteva immaginare che prima o poi non avrebbe più retto. Oppure giustificare la costruzione o la ristrutturazione non a norma degli edifici. Del resto vallo a sapere che può esserci un terremoto in piena notte.



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martedì 30 giugno 2009

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Il municipio al centro del cittadino

Io, per Iris Press

Enti Locali

30/06/2009 - 22.15
ROMA: ALEMANNO, SERVE UNA CHIARA RIPARTIZIONE DI RESPONSABILITA'
Il sindaco di Roma in visita al XIX municipio


(IRIS) – ROMA, 30 GIU – “Se noi vogliamo far funzionare questa città dobbiamo lavorare affinché ci sia una chiara ripartizione di responsabilità”. Con queste parole il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha spiegato la visita odierna al XIX municipio durante l'incontro pubblico con i cittadini al padiglione 28 del complesso di Santa Maria della Pietà. Già nel primo pomeriggio il sindaco e gli assessori avevano partecipato ai lavori della giunta municipale nella sede di via Mattia Battistini. “La ripartizione di responsabilità – ha chiarito Alemanno – vuol dire che i municipi debbono poter crescere in termini di autonomia e di risorse per svolgere davvero una politica di prossimità. Il cittadino deve avere come punto di riferimento il municipio”. Alemanno si è poi soffermato sui problemi del XIX: “Questo – ha osservato – è uno di quei municipi in cui l'elenco delle cose da fare è rimasto più indietro. La gravità sta nel fatto che il ritardo è dovuto a problemi di carattere amministrativo e non finanziario”. Una delle priorità, aveva spiegato prima del sindaco il presidente municipale Alfredo Milioni (Pdl), è lo spostamento del campo nomadi di via Cesare Lombroso. “Il municipio – ha detto Milioni – si è adoperato per individuare un'area alternativa e lo spostamento avverrà entro i primi mesi del 2010”. La zona che verrà destinata al nuovo campo nomadi rimane tuttavia “top secret” per motivi di sicurezza. E a chi, curioso, chiedeva quale fosse l'area prevista per l'insediamento, Milioni ha risposto sicuro: “Fuori dal centro abitato”. Il minigoverno, infatti, sta pensando di far sorgere un palazzetto dello sport e un piccolo auditorium nell'area attualmente occupata dal campo nomadi e negli spazi adiacenti. (segue.2)

(IRIS) – ROMA, 30 GIU – (2.segue) “I nuovi campi che stiamo allestendo – ha affermato Alemanno prendendo spunto dalla questione di via Cesare Lombroso – non saranno quello sconcio che abbiamo ereditato dal passato, non saranno dei confusi accampamenti privi di controllo. Nei nuovi campi legalità e integrazione saranno fattori estremamente collegati”. “Chi sta nella legalità – ha dunque aggiunto il sindaco – deve integrarsi verso il lavoro, chi si comporta diversamente non può stare a Roma”. Ma all'ordine del giorno figuravano altri temi quali la mobilità (il progetto della Trionafale bis, utile per migliorare la viabilità del quadrante, viene considerato “fondamentale” dal sindaco), l'emergenza abitativa (un problema che riguarda diverse zone di Roma) e l'ampliamento della sede del XIX municipio. “Dobbiamo fare in modo che all'interno dei territori – ha sostenuto Alemanno – ci sia una serie di sinergie e un programma scadenzato in modo tale che progressivamente si riesca a fornire risposte ai cittadini. Qui – ha concluso il sindaco – siamo venuti a sottolineare che il XIX municipio non sarà più abbandonato a se stesso”. Alemanno al suo arrivo nel complesso di Santa Maria della Pietà era stato accolto da diverse persone, molte delle quali lo hanno applaudito e festeggiato. Altre hanno invece gridato “vergogna” sventolando alcuni striscioni di protesta. (fine)



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Accadde su un campo di calcio

SQUALIFICA A MORELLI, LA FORTITUDO NON CI STA

Io, per Il Corriere Laziale di oggi (pag. 14)


“Se non riusciremo a far valere le nostre ragioni in Federcalcio ci appelleremo a un Tribunale civile, anche a costo di non riuscire a iscriverci al prossimo campionato”. Negli uffici della società Fortitudo Roma non riescono a darsi pace per la squalifica di tre anni rimediata dal capitano Roberto Morelli per un fatto che, assicurano, nessuno ha commesso. Ricostruiamo i fatti. Prima categoria girone D, 10 maggio, ultima giornata di campionato. Al campo “Gioventù italiana” si affrontano i padroni di casa della Fortitudo Roma e gli ospiti del Pian Due Torri. La partita è sull’uno a uno e il risultato rimarrà il medesimo fino al triplice fischio dell’arbitro. Una classica gara di fine campionato, verrebbe da dire. Del resto, il tecnico Pasquale Mollicone non ha molto da chiedere ai suoi. La salvezza è raggiunta e quella con il Pian Due Torri è l’ultima uscita casalinga per salutare e ringraziare la tifoseria sempre presente durante l’anno. Verso la fine della gara, però, due giocatori – uno per parte –, vengono espulsi dall’arbitro, il signor Lastoria di Tivoli, per un normalissimo fallo e conseguenti proteste. Scene già viste sui campi di calcio, insomma. Al termine della gara, in seguito a un battibecco avvenuto proprio a causa di quella espulsione tra alcuni giocatori di entrambe le squadre, il dirigente della Fortitudo, Francesco Lanna, viene spintonato dall’arbitro (questo il racconto della società bianonera), il quale precedentemente si era informato con lo stesso dirigente sui nomi dei giocatori che avevano avuto il diverbio. Nel frattempo, considerata la partita dei bambini in programma successivamente, non si era provveduto a chiudere il cancello del campo e una persona, rimasta sconosciuta, entrando ha dato uno schiaffo da dietro sul collo del signor Lastoria. Tutto ciò risulterà anche dal suo referto, ma con qualche differenza. A detta del direttore di gara, infatti, mentre egli rientrava negli spogliatoi è inciampato, spingendo involontariamente Lanna che però deve aver male interpretato le sue intenzioni. Contemporaneamente sopraggiunge una persona che lo colpisce da dietro. A quel punto il capitano Morelli e il tecnico Mollicone accompagnano Lastoria all’interno degli spogliatoi per proteggerlo. Nel corso dell’aggressione, però, l’arbitro sostiene di aver visto non solo una persona esterna, ma anche un giocatore della Foritudo senza maglia, riconosciuto in ogni caso dai colori dei pantaloncini. Tuttavia, Lastoria non è riuscito a identificare il giocatore in questione e come previsto dal regolamento (art. 3 comma 2 del c.g.s) “il calciatore che funge da capitano della squadra, risponde degli atti di violenza commessi in danno degli ufficiali di gara da un calciatore della propria squadra non individuato”. Roberto Morelli, per questo motivo, dovrà scontare una squalifica che lo terrà lontano dai campi di calcio per tre anni, fino al 30 aprile 2012. In aggiunta è stata comminata un’ammenda di 700 euro alla società Fortitudo Roma “per aver permesso l’ingresso negli spogliatoi” di una persona (“di un proprio sostenitore”, come scritto dal giudice sportivo) “che colpiva l’arbitro”. Ora, se per l’ammenda economica la Fortitudo Roma è pronta ad assumersi le sue responsabilità, al contrario per la squalifica di Morelli non vuole sentire ragioni. “Noi siamo sicuri che l’arbitro mente, non è assolutamente vero che all’aggressione abbia partecipato anche un nostro calciatore. Altrimenti non si spiega per quale motivo non lo abbia riconosciuto nel momento in cui Morelli ha riunito la squadra proprio per permettergli di individuarlo”, afferma il presidente della Fortitudo, Francesca Quaranta. “Adesso noi proporremo un ricorso – fa sapere la società –, anche perché la Federazione ha confermato la squalifica. Chiameremo in causa alcuni testimoni, non ultimo l’allenatore del Pian Due Torri e cercheremo di porre un rimedio a questa situazione. È inammissibile che un capitano subisca una così pesante squalifica nonostante abbia rispettato il regolamento previsto in questi casi. A nostro avviso ci sono incongruenze nel resoconto dell’arbitro, manca qualche passaggio. In altre occasioni non abbiamo presentato ricorsi, ma stavolta siamo convinti di stare nel giusto. Andremo fino in fondo a questa vicenda, anche a costo di non iscriverci al prossimo campionato”. E se non sarà la giustizia sportiva a fare luce su quanto accaduto, la Fortitudo si appellerà a un Tribunale civile: “L’arbitro mente, le sue sono calunnie”.



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è un blog di Fabio Germani. Fu creato il 20 ottobre 2007 ed è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.