Ue: si chiude il semestre ceco. Ora tocca alla SveziaIo, per Il Laboratorio dei 100
“L'Europa stia tranquilla, la crisi di governo non riguarderà la presidenza dell'Ue”. Era il 25 marzo e il premier ceco (ex ormai), Mirek Topolanek, parlava a Strasburgo, davanti al Parlamento, rassicurando i Ventisette sulla conclusione positiva della presidenza di Praga. “Spero che il mio mandato si concluderà positivamente”, affermò Topolanek. E invece, il primo luglio, il passaggio di consegne alla Svezia è avvenuto per mano di Jan Fischer, economista ed ex presidente dell'ufficio statistico ceco, chiamato a sostituire il dimissionario Topolanek. Un vero peccato per la Repubblica Ceca, per due ragioni molto semplici. Era la prima volta che Praga otteneva la guida dell'Unione europea (pertanto il semestre rappresentava una ghiotta occasione) e, soprattutto, era la prima volta che a guidare l'Europa fosse uno Stato dell'ex blocco sovietico. Ma i problemi interni, non ultima la crisi economica mondiale, hanno compromesso il cammino della Repubblica Ceca durante il periodo della presidenza di turno in virtù, inoltre, della pesante eredità francese. Era il 24 marzo quando il governo Topolanek veniva sfiduciato da una mozione presentata dall'opposizione socialdemocratica e comunista. Il malcontento proseguiva da tempo e uno dei maggiori pretesti era legato all'installazione di una base militare americana nell'ambito della strategia dello scudo spaziale voluta dall'allora amministrazione Bush. Subito si è temuto il peggio: la presidenza Ue compromessa e il rischio che il Trattato di Lisbona, ancora da ratificare, subisse un brusco stop. Il nove aprile il presidente ceco Vaclav Klaus, notoriamente euroscettico, conferiva ufficialmente mandato a Fischer di traghettare il Paese fino alle elezioni anticipate, previste per il nove e dieci ottobre, mentre il sei maggio, come annunciato in un primo momento, il Senato approvava il Trattato di Lisbona. Che però rimane tuttora in stand by, non essendo stato ratificato definitivamente da Klaus. Eppure, nonostante tutto, quella di Topolanek non è stata una presidenza anonima. È anche merito della Repubblica Ceca, infatti, se l'Europa si è schierata per il “no” al protezionismo allo scopo di fronteggiare la crisi economica nel segno dell'unità (per quanto di fatto sia mancata su questo tema una voce comune ai Ventisette). A Topolanek va inoltre dato il merito di essere stato un ottimo mediatore durante la disputa sul gas tra Russia e Ucraina nel mese di gennaio, una questione che per forza di cose non poteva non riguardare la vicina Unione europea dati i consumi del gas proveniente dall'Est. Successi, questi, che però non sono stati riproposti sulle grandi questioni internazionali. Una su tutte, la mancata presa di posizione netta di fronte all'operazione Piombo fuso di Israele nei confronti di Hamas. Tanto da indurre il presidente francese Nicolas Sarkozy, forte del suo recente e positivo semestre europeo, a prendere le redini della diplomazia internazionale coinvolgendo l'Egitto quale interlocutore verso la via della tregua in Medio Oriente. Ora toccherà alla Svezia traghettare l'Europa nei prossimi sei mesi. Il primo ministro Fredrik Reinfeldt ha già fatto sapere che saranno la lotta al cambiamento climatico e una nuova strategia per la crescita e l'occupazione i principali temi in agenda nel corso della presidenza svedese. In attesa, sempre, di conoscere l'esito dell'iter di ratifica del Trattato di Lisbona. Nei primi giorni di ottobre l'Irlanda sottoporrà il trattato a un secondo referendum, confidando nello sblocco della situazione anche in Polonia e in Repubblica Ceca. Ma queste cose Il Laboratorio dei 100 le ha già ampiamente raccontate. Per il resto, aspettiamo l'autunno.




